Benvenuti nel mio mondo e sul mio sito; in esso pubblicherò dei racconti che parlano delle storie vere di alcuni disabili psichici, presentati con nomi di fantasia; vi sono, inoltre, le anteprime dei miei libri: "Il fuoco di Lorenzo" - una raccolta di racconti di psichiatria- , "Interni"- silloge poetica-, alcune poesie e racconti che hanno ricevuto dei riconoscimenti e l'anteprima di un libro per ragazzi, "Festa sotto le stelle". Grazie per l'attenzione.
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martedì 4 luglio 2017
L'esercizio della pazienza
La fila è continua: entrano più volte, qualcuno per sapere l'esito degli esami, altri per fare la spia sul personale e gli altri degenti, chi per descrivere situazioni familiari, dolori diffusi inesistenti, visioni drammatiche, voci terrifiche; qualcuno semplicemente per salutarmi e per scambiare quattro chiacchiere. "Dovete dedicare una vita di servizio a ogni anima che si ammala", scrisse Bahà'u'llàh, fondatore della fede bahà'ì; "l'uomo è, in realtà, un essere spirituale e solo quando vive nello spirito è veramente felice". Queste frasi sono i miei vessilli, la prua della mia nave, la mia stella guida. Per questo ho affinato l'arte della pazienza, ho esercitato il sorriso e i modi cortesi. Perché, con le limitazioni legate alle loro malattie, il loro spirito viene rallegrato da un sorriso, un gesto cordiale, una risata anche sciocca, la condivisione dei loro guai. E lasciato qui questo corpo difettoso, ci ritroveremo tutti là, con le qualità immateriali che avremo sviluppato qui.
mercoledì 30 novembre 2016
Ventisei, POVERO ME!
-Dottoressa, questo qui non sta bene con la testa: lo sa che per tutta la giornata non ha fatto che ripetermi "Povero me, oggi è ventisei! Oggi è ventisei, POVERO MEEEEEEEEEEEEEEEEE"!
-Perchè, signor Mario? Che dovrebbe succedere? Che c'entra il ventisei?
-Eh... , dice il signor Mario.
-Dottoressa, glielo dico io perchè! Oggi è ventisei! cioè "VINTO - SEI, VINTO - SEI"!
-Perchè, signor Mario? Che dovrebbe succedere? Che c'entra il ventisei?
-Eh... , dice il signor Mario.
-Dottoressa, glielo dico io perchè! Oggi è ventisei! cioè "VINTO - SEI, VINTO - SEI"!
mercoledì 25 maggio 2016
La lettura
Antonio angosciato chiede di parlarmi.
Entra con in mano un quadernetto e inizia a leggere a voce altissima:
-MI CHIAMO NOCELLA ANTONIO! SONO NATO NEL 1964! HO FATTO LA RAGIONERIA!
-Antonio scusa, abbassa un pochino la voce, mi stai assordando...
-DOTTORESSA FATEMI LEGGERE!
-Sì, certo che ti faccio leggere, solo abbassa un poco la voce, è troppo alta.
-E DAI DOTTORESSA, FATEMI LEGGERE!
MI CHIAMO NOCELLA ANTONIO! SONO NATO NEL 1964! HO FATTO LA RAGIONERIA! HO AVUTO MOLTE RAGAZZE! MA FORSE HO FATTO QUALCOSA DI MALE! CON ROSA MI SONO BACIATO! CON NINA ERAVAMO FIDANZATI! CON FILOMENA CI HO FATTO L'AMORE! GESÙ PERDONAMI! HO GIOCATO A CALCIO! FACEVO IL TERZINO! CON FRANCA NON CI HO FATTO NULLA! AVE MARIA PIENA DI GRAZIA!
Ad un tratto la lettura viene interrotta dalle urla di qualcuno che sta in giardino.
Antonio ascolta, ride, mi guarda e fa:
- Ehe! Quello è Morrone, non sta bene con la testa!
Si alza e se ne va.
Entra con in mano un quadernetto e inizia a leggere a voce altissima:
-MI CHIAMO NOCELLA ANTONIO! SONO NATO NEL 1964! HO FATTO LA RAGIONERIA!
-Antonio scusa, abbassa un pochino la voce, mi stai assordando...
-DOTTORESSA FATEMI LEGGERE!
-Sì, certo che ti faccio leggere, solo abbassa un poco la voce, è troppo alta.
-E DAI DOTTORESSA, FATEMI LEGGERE!
MI CHIAMO NOCELLA ANTONIO! SONO NATO NEL 1964! HO FATTO LA RAGIONERIA! HO AVUTO MOLTE RAGAZZE! MA FORSE HO FATTO QUALCOSA DI MALE! CON ROSA MI SONO BACIATO! CON NINA ERAVAMO FIDANZATI! CON FILOMENA CI HO FATTO L'AMORE! GESÙ PERDONAMI! HO GIOCATO A CALCIO! FACEVO IL TERZINO! CON FRANCA NON CI HO FATTO NULLA! AVE MARIA PIENA DI GRAZIA!
Ad un tratto la lettura viene interrotta dalle urla di qualcuno che sta in giardino.
Antonio ascolta, ride, mi guarda e fa:
- Ehe! Quello è Morrone, non sta bene con la testa!
Si alza e se ne va.
sabato 2 aprile 2016
Un puntino
Stava molto bene, il signor... quella sera; si preparava per andare a dormire con serenità, quasi allegria. Il solito rituale dei denti, non la doccia perché la faceva la mattina e perciò la sera si dava una rinfrescata, il pigiama di cotone a righe (strano, come i carcerati delle barzellette?), la vestaglia dalla stampa che simulava un tessuto damascato, morbida e calda, come le pantofole di pile blu scuro, il giornale sotto il braccio per l'ultima lettura conciliante il sonno, indispensabile associazione all'ipnotico che assumeva ormai da 15 anni, epoca in cui ebbe uno strano stato dell'animo, di cupa tristezza, e un pensiero fisso che lo disturbava; ma che passò, alla fine, con una bella e forte cura data da uno specialista, amico di un amico che ne conosceva di ogni genere, dato che, essendo ipocondriaco, era sempre alla ricerca di chi lo liberasse dal tormento della convinzione di essere ammalato.
Al termine della lettura della pagina dello sport, le palpebre penzolanti si arresero al tepore della notte; il signor... si addormentò beatamente e placidamente, come uno di quei putti da affresco, con le guanciotte rosse e l'aria appagata di chi ha appena fatto la poppata.
Alle quattro del mattino, quelle stesse palpebre si aprirono di scatto. Gli occhi proiettati nel vuoto non vedevano altro che ombre nere e la luce dei lampioni affacciarsi dagli spiragli della tapparella; la testa, invece, aveva un pensiero. Uno solo.
Facendo leva sul braccio sinistro, dopo aver ruotato sul fianco per non sforzare la colonna vertebrale disseminata di ernie e protrusioni, si sollevò sul letto e, restando appoggiato sul gomito, con i capelli arruffati, l'aria perplessa, lasciò vagare gli occhi nella penombra, cercando di capire quale sensazione nuova lo turbasse. Lentamente, dal profondo della coscienza, capì che qualcosa era cambiato.
Un puntino. Lui era solo un puntino nell'universo. A sinistra c'era l'infinito, a destra c'era l'infinito e così sotto e sopra.
Adesso era tutto chiaro. Lui era il nulla, un puntino nell'infinito Universo; perciò non c'era più niente da fare: lui era il nulla, la sua vita non aveva alcun senso, essendo lui un puntino. Un insignificante puntino.
La recente consapevolezza gli ricordò che analogo pensiero, seppure meno intenso, lo aveva attanagliato 15 anni prima; ma questo era un pensiero assai più terribile di quello, perché gli dava un'angoscia via via più forte, che gli levava il fiato, lo condannava al silenzio, all'immobilità e, soprattutto, alla certezza che a quel punto, solo il suicidio avrebbe lenito la pena del non essere altro che il nulla.
Poche ore dopo, dal lettino della clinica dove era stato ricoverato con il suo consenso, i dottori del giro visite della mattina ascoltavano a labbra schiuse e con la sorpresa stampata in viso quella storia insieme affascinante e straziante, tale era il dolore di quell'angoscia.
Le conclusioni? Presto per dirlo, attendiamo l'effetto della terapia.
Certo è che dopo ogni racconto che i nostri pazienti fanno, noi siamo certi di essere solo un puntino nell'universo.
E allora, la differenza... dove sta?
Serena notte.
Al termine della lettura della pagina dello sport, le palpebre penzolanti si arresero al tepore della notte; il signor... si addormentò beatamente e placidamente, come uno di quei putti da affresco, con le guanciotte rosse e l'aria appagata di chi ha appena fatto la poppata.
Alle quattro del mattino, quelle stesse palpebre si aprirono di scatto. Gli occhi proiettati nel vuoto non vedevano altro che ombre nere e la luce dei lampioni affacciarsi dagli spiragli della tapparella; la testa, invece, aveva un pensiero. Uno solo.
Facendo leva sul braccio sinistro, dopo aver ruotato sul fianco per non sforzare la colonna vertebrale disseminata di ernie e protrusioni, si sollevò sul letto e, restando appoggiato sul gomito, con i capelli arruffati, l'aria perplessa, lasciò vagare gli occhi nella penombra, cercando di capire quale sensazione nuova lo turbasse. Lentamente, dal profondo della coscienza, capì che qualcosa era cambiato.
Un puntino. Lui era solo un puntino nell'universo. A sinistra c'era l'infinito, a destra c'era l'infinito e così sotto e sopra.
Adesso era tutto chiaro. Lui era il nulla, un puntino nell'infinito Universo; perciò non c'era più niente da fare: lui era il nulla, la sua vita non aveva alcun senso, essendo lui un puntino. Un insignificante puntino.
La recente consapevolezza gli ricordò che analogo pensiero, seppure meno intenso, lo aveva attanagliato 15 anni prima; ma questo era un pensiero assai più terribile di quello, perché gli dava un'angoscia via via più forte, che gli levava il fiato, lo condannava al silenzio, all'immobilità e, soprattutto, alla certezza che a quel punto, solo il suicidio avrebbe lenito la pena del non essere altro che il nulla.
Poche ore dopo, dal lettino della clinica dove era stato ricoverato con il suo consenso, i dottori del giro visite della mattina ascoltavano a labbra schiuse e con la sorpresa stampata in viso quella storia insieme affascinante e straziante, tale era il dolore di quell'angoscia.
Le conclusioni? Presto per dirlo, attendiamo l'effetto della terapia.
Certo è che dopo ogni racconto che i nostri pazienti fanno, noi siamo certi di essere solo un puntino nell'universo.
E allora, la differenza... dove sta?
Serena notte.
lunedì 28 marzo 2016
Difficile decidere se hai fatto bene.
E così sei morto solo. Hai fatto una vita nella quale hai pensato a sballarti, a godertela, hai usato ogni genere di droghe perché tu dovevi "provare tutto", sei stato un alcolista, hai preso l'epatite, hai sperperato tutto quello che avevi nella tua esigenza di non lasciare niente di non goduto, hai sfruttato chiunque ti abbia dato fiducia, con quei modi gentili e quel fare mite, lasciando in giro debiti e sorpresa.
Alla fine, un cancro ti ha mangiato il fegato cirrotico e te ne sei andato in poche ore, dopo avere inutilmente provato a chiamare più volte tuo figlio, mentre tua madre, tua sorella e la tua ex moglie, rintracciati a fatica tramite una brava persona che non ti aveva voluto abbandonare, hanno detto "ci può dispiacere, ma non ne vogliamo sapere".
La sera prima, un'anima pietosa ti aveva stretto la mano un'ultima volta, nonostante quello che le avevi fatto passare pochi anni prima.
Finalmente rintracciato, tuo figlio ha detto di non volere sapere nulla del tuo funerale.
Ora sei nella cella frigorifera, in attesa che il comune ti trovi un posto in cimitero, per poi farsi rimborsare da quegli stessi parenti.
Sei stato un balordo, eppure qualcuno ti ha voluto bene ugualmente e ha pena di te. Riposa in pace.
Alla fine, un cancro ti ha mangiato il fegato cirrotico e te ne sei andato in poche ore, dopo avere inutilmente provato a chiamare più volte tuo figlio, mentre tua madre, tua sorella e la tua ex moglie, rintracciati a fatica tramite una brava persona che non ti aveva voluto abbandonare, hanno detto "ci può dispiacere, ma non ne vogliamo sapere".
La sera prima, un'anima pietosa ti aveva stretto la mano un'ultima volta, nonostante quello che le avevi fatto passare pochi anni prima.
Finalmente rintracciato, tuo figlio ha detto di non volere sapere nulla del tuo funerale.
Ora sei nella cella frigorifera, in attesa che il comune ti trovi un posto in cimitero, per poi farsi rimborsare da quegli stessi parenti.
Sei stato un balordo, eppure qualcuno ti ha voluto bene ugualmente e ha pena di te. Riposa in pace.
giovedì 24 marzo 2016
La mia ragazza
- Dottoressa, io me ne devo andare assolutamente!
- Ma come? Se sei entrato pochi giorni fa!
- No, me ne voglio andare.
- Ma stiamo cambiando la terapia! Abbiamo appena cominciato. Ho visto che stai frequentando una ragazza. Non è che ti sei innamorato?
- Sì, infatti; me ne voglio andare con lei!
- É troppo presto!
- No, me ne voglio andare! Io devo andare a vivere con la mia ragazza!
- E come si chiama la tua ragazza?
- Boh, non mi ricordo.
- Ma come? Se sei entrato pochi giorni fa!
- No, me ne voglio andare.
- Ma stiamo cambiando la terapia! Abbiamo appena cominciato. Ho visto che stai frequentando una ragazza. Non è che ti sei innamorato?
- Sì, infatti; me ne voglio andare con lei!
- É troppo presto!
- No, me ne voglio andare! Io devo andare a vivere con la mia ragazza!
- E come si chiama la tua ragazza?
- Boh, non mi ricordo.
domenica 13 marzo 2016
Si riprende
Dopo un lungo periodo di inattività, riprendo a scrivere su questo blog.
Per ora, solo per augurarvi la buonanotte
Per ora, solo per augurarvi la buonanotte
Poeti per il sociale: Un articolo di Lorenzo Spurio

“Poeti per il sociale”, il volume poetico curato da Annalisa Soddu a difesa dell’impegno civile
Tutto il materiale di "Poeti per il sociale" (antologia, interviste ecc) è scaricabile al seguente link;
POETI PER IL SOCIALE FACEBOOK 5 SETTEMBRE - 5 OTTOBRE 2015
martedì 2 febbraio 2016
Progetto Poesia Oltre @uxilia di AA.VV., un libro destinato alla solidarietà
Ho partecipato con tre testi poetici a questa bellissima raccolta di autori vari, i cui proventi saranno interamente dedicati all'istruzione dei bambini siriani vittime della guerra.
Prima presentazione a Firenze, il 3 Aprile.
http://www.tracceperlameta.org/tplm_edizioni/negozio/aa-vv-progetto-poesia-oltre-uxilia/
sabato 12 settembre 2015
"Poeti per il sociale" : poeti uniti nel virtuale
Ha preso il via il 5 settembre e proseguirà fino al 5 ottobre, l'incontro virtuale pubblico tra poeti di ogni provenienza, che amino trattare temi di attualità, intitolato "Poeti per il sociale"
L'evento si svolge interamente sul social network Facebook al link
https://www.facebook.com/events/433792883479883/ .
L'evento ha lo scopo di aumentare la sensibilità ai temi di interesse sociale e non è un concorso.
Tutti i poeti partecipanti possono inserire un massimo di due poesie, vecchie o nuove, edite o inedite, di cui sono gli autori, a tema sociale, inserite nello stesso post. Dovranno prima scrivere una brevissima biografia che non superi le 20 parole. Per partecipare bisogna prima aderire all'evento. Ad ogni partecipante sarà inviato l'attestato di partecipazione in .pdf tramite messaggio di Facebook.
I poeti potranno inoltre farsi conoscere di persona, declamando le poesie inserite in brevi video e, tecnica permettendo, conoscersi tra loro e con chi avesse piacere di partecipare, mediante videoconferenza in salotto.
Le poesie dei poeti che daranno l'autorizzazione, saranno inserite in un file scaricabile al termine dell'evento e non destinato alla vendita.
Sono già decine i poeti che hanno preso parte all'evento, con poesie di alto spessore sia per quanto riguarda i contenuti, che il pregio letterario. Gli argomenti trattati sono vari, ma, indiscutibilmente, l'argomento maggiormente trattato è quello riguardante il triste tema dei profughi, il grande esodo dei disperati che premono alle porte dell'Occidente.
Al termine dell'evento sarà pubblicata una analisi critica.
Buona poesia
Annalisa Soddu
(organizzatrice di "Poeti per il sociale")
L'evento si svolge interamente sul social network Facebook al link
https://www.facebook.com/events/433792883479883/ .
L'evento ha lo scopo di aumentare la sensibilità ai temi di interesse sociale e non è un concorso.
Tutti i poeti partecipanti possono inserire un massimo di due poesie, vecchie o nuove, edite o inedite, di cui sono gli autori, a tema sociale, inserite nello stesso post. Dovranno prima scrivere una brevissima biografia che non superi le 20 parole. Per partecipare bisogna prima aderire all'evento. Ad ogni partecipante sarà inviato l'attestato di partecipazione in .pdf tramite messaggio di Facebook.
I poeti potranno inoltre farsi conoscere di persona, declamando le poesie inserite in brevi video e, tecnica permettendo, conoscersi tra loro e con chi avesse piacere di partecipare, mediante videoconferenza in salotto.
Le poesie dei poeti che daranno l'autorizzazione, saranno inserite in un file scaricabile al termine dell'evento e non destinato alla vendita.
Sono già decine i poeti che hanno preso parte all'evento, con poesie di alto spessore sia per quanto riguarda i contenuti, che il pregio letterario. Gli argomenti trattati sono vari, ma, indiscutibilmente, l'argomento maggiormente trattato è quello riguardante il triste tema dei profughi, il grande esodo dei disperati che premono alle porte dell'Occidente.
Al termine dell'evento sarà pubblicata una analisi critica.
Buona poesia
Annalisa Soddu
(organizzatrice di "Poeti per il sociale")
giovedì 3 settembre 2015
Derive d'amore - ebook gratuito solidale
DERIVE D'AMORE è il mio nuovo ebook poetico solidale; chi lo scarica è invitato a compiere opere di solidarietà.
Il file è in formato .pdf
Per scaricare DERIVE D'AMORE, fate click sul titolo.
Spero vi piaccia.
Per acquistare la versione cartacea, potete andare qui DERIVE D'AMORE CARTACEO
Il file è in formato .pdf
Per scaricare DERIVE D'AMORE, fate click sul titolo.
Spero vi piaccia.
Per acquistare la versione cartacea, potete andare qui DERIVE D'AMORE CARTACEO
lunedì 31 agosto 2015
Le scalette di via Roma
Felice scende le scalette di via Roma
Le ripide scalette
Mi incontra e chiede i soldi del caffè
Felice entra nel bar a prendere il caffè
E chiede al barista i soldi del giornale
Felice va dal giornalaio a prendere il giornale
E chiede al giornalaio i soldi del cornetto al cioccolato
Felice va dal pasticcere
Compra il cornetto al cioccolato coi soldi del giornalaio
Dal quale ha comprato il giornale coi soldi del barista
Dal quale ha comprato il caffè coi soldi chiesti a me
E chiede al pasticcere i soldi per la felicità
E il pasticcere glieli dà
E Felice va da Mariella
Che gli dà la felicità
Per quei soldi gli dà un bacio
E gli fa una carezza
E Felice risale le scalette di via Roma
Le ripide scalette
Felice è felice
E Felice è un matto
E Mariella è una matta
Ma sanno il segreto della felicità
Nessuno dei due ve lo dirà.
Annalisa Soddu
Le ripide scalette
Mi incontra e chiede i soldi del caffè
Felice entra nel bar a prendere il caffè
E chiede al barista i soldi del giornale
Felice va dal giornalaio a prendere il giornale
E chiede al giornalaio i soldi del cornetto al cioccolato
Felice va dal pasticcere
Compra il cornetto al cioccolato coi soldi del giornalaio
Dal quale ha comprato il giornale coi soldi del barista
Dal quale ha comprato il caffè coi soldi chiesti a me
E chiede al pasticcere i soldi per la felicità
E il pasticcere glieli dà
E Felice va da Mariella
Che gli dà la felicità
Per quei soldi gli dà un bacio
E gli fa una carezza
E Felice risale le scalette di via Roma
Le ripide scalette
Felice è felice
E Felice è un matto
E Mariella è una matta
Ma sanno il segreto della felicità
Nessuno dei due ve lo dirà.
Annalisa Soddu
domenica 30 agosto 2015
La pietà
Urlava terribilmente e piangeva tanto da indurre paura. Accanto a lui, la madre cercava inutilmente di trovare parole di conforto, ma lui non solo non voleva ascoltare, la insultava addirittura.
Infine, entrò con le stesse modalità nella stanza dei colloqui, stringendo forte con la mano destra il muscolo pettorale sinistro e in lacrime, gridando che non ce la faceva più, che gli aspirassero quella voce che gli parlava dal petto dicendogli le cose più terribili. Non ci fu verso di calmarlo e fu difficile anche convincerlo ad assumere una integrazione di terapia. Uscì poi dalla stanza, urlando le stesse cose. Chiudemmo la porta, la collega ed io, guardandoci negli occhi senza parlare, provate da quanto avevamo appena visto e sentito.
Un istante dopo la porta si aprì ed entrò la madre del ragazzo, una donna di circa sessant'anni, vestita e pettinata in modo semplice. Aveva un tovagliolo di carta col quale asciugava in continuazione il viso irrorato di lacrime, torceva il busto implorando Dio che il figlio si uccidesse, e dicendo al figlio assente: "Ucciditi! Perchè non ti uccidi! Tanti si uccidono, tu perchè non lo fai? Non ti potevi uccidere anzichè prendere la droga vent'anni fa? Vedi? Molti prendono la pistola e si uccidono: dopo mi uccido anche io e così risolviamo il problema! Così finalmente smetti di soffrire e anche io! Da quando hai conosciuto la droga non abbiamo più avuto vita! Siamo andati in tutto il mondo per toglierti questo pensiero e questa voce nel petto e non c'è stato niente da fare! Dio, tu ne fai morire tanti! Quei profughi arrivano già morti! Su quelle barche! Prenditi anche lui, lui si uccide e così finisce! Perchè lui no? Perchè? Ma io perchè vengo a trovarlo, che tanto vedo sempre questo dolore, non ce la faccio più, non lo posso vedere in queste condizioni. Ucciditi oppure la pistola la prendo io, prima sparo a te e poi sparo a me stessa e così non ti vedo più soffrire!"
La collega ed io ci guardammo senza poter emettere alcun suono. Cercavamo di non far sfuggire le lacrime, ma era visibile che eravamo in difficoltà nel trattenerle. Madri entrambe, sentivamo i visceri torcersi al pensiero terribile che ciò che soffriva questa madre poteva capitare a chiunque, noi comprese. Provammo per questa donna una infinita pietà; avevamo davanti la cartella del ragazzo, nel tentativo di alleviarne le sofferenze con qualche variazione di una terapia che, in realtà, sapevamo benissimo essere l'ennesima di una serie di terapie che nel corso dei vent'anni trascorsi avevano avuto nessuna o solo parziale efficacia.
Che cosa è in questi casi la professionalità? Solo ciò che ti salva dall'abbandonarti alle emozioni e alle paure. Ciò che ti consente di apparire fredda quando invece vorresti unirti a chi ti urla di fronte e urlare insieme, all'infinito e col pugno alzato in una eterna maledizione al cielo.
"Signora adesso cerchi di tranquillizzarsi; cerchiamo di cambiare la terapia e di aiutare suo figlio. Vedrà che tra poco le gocce faranno effetto".
Ma lei ci dà tanti punti, lei avvezza al dolore e rassegnata alla sua interminabilità, rassegnata alla speranza della morte liberatrice.
Lei che asciuga l'ultima lacrima, ringrazia dignitosamente e va via.
Noi, madri che siamo state figlie, che siamo sorelle, che siamo... che siamo? Chi siamo?
Siamo medici e non ce lo dobbiamo dimenticare. Curve sulla cartella, facciamo un altro tentativo con la terapia.
Infine, entrò con le stesse modalità nella stanza dei colloqui, stringendo forte con la mano destra il muscolo pettorale sinistro e in lacrime, gridando che non ce la faceva più, che gli aspirassero quella voce che gli parlava dal petto dicendogli le cose più terribili. Non ci fu verso di calmarlo e fu difficile anche convincerlo ad assumere una integrazione di terapia. Uscì poi dalla stanza, urlando le stesse cose. Chiudemmo la porta, la collega ed io, guardandoci negli occhi senza parlare, provate da quanto avevamo appena visto e sentito.
Un istante dopo la porta si aprì ed entrò la madre del ragazzo, una donna di circa sessant'anni, vestita e pettinata in modo semplice. Aveva un tovagliolo di carta col quale asciugava in continuazione il viso irrorato di lacrime, torceva il busto implorando Dio che il figlio si uccidesse, e dicendo al figlio assente: "Ucciditi! Perchè non ti uccidi! Tanti si uccidono, tu perchè non lo fai? Non ti potevi uccidere anzichè prendere la droga vent'anni fa? Vedi? Molti prendono la pistola e si uccidono: dopo mi uccido anche io e così risolviamo il problema! Così finalmente smetti di soffrire e anche io! Da quando hai conosciuto la droga non abbiamo più avuto vita! Siamo andati in tutto il mondo per toglierti questo pensiero e questa voce nel petto e non c'è stato niente da fare! Dio, tu ne fai morire tanti! Quei profughi arrivano già morti! Su quelle barche! Prenditi anche lui, lui si uccide e così finisce! Perchè lui no? Perchè? Ma io perchè vengo a trovarlo, che tanto vedo sempre questo dolore, non ce la faccio più, non lo posso vedere in queste condizioni. Ucciditi oppure la pistola la prendo io, prima sparo a te e poi sparo a me stessa e così non ti vedo più soffrire!"
La collega ed io ci guardammo senza poter emettere alcun suono. Cercavamo di non far sfuggire le lacrime, ma era visibile che eravamo in difficoltà nel trattenerle. Madri entrambe, sentivamo i visceri torcersi al pensiero terribile che ciò che soffriva questa madre poteva capitare a chiunque, noi comprese. Provammo per questa donna una infinita pietà; avevamo davanti la cartella del ragazzo, nel tentativo di alleviarne le sofferenze con qualche variazione di una terapia che, in realtà, sapevamo benissimo essere l'ennesima di una serie di terapie che nel corso dei vent'anni trascorsi avevano avuto nessuna o solo parziale efficacia.
Che cosa è in questi casi la professionalità? Solo ciò che ti salva dall'abbandonarti alle emozioni e alle paure. Ciò che ti consente di apparire fredda quando invece vorresti unirti a chi ti urla di fronte e urlare insieme, all'infinito e col pugno alzato in una eterna maledizione al cielo.
"Signora adesso cerchi di tranquillizzarsi; cerchiamo di cambiare la terapia e di aiutare suo figlio. Vedrà che tra poco le gocce faranno effetto".
Ma lei ci dà tanti punti, lei avvezza al dolore e rassegnata alla sua interminabilità, rassegnata alla speranza della morte liberatrice.
Lei che asciuga l'ultima lacrima, ringrazia dignitosamente e va via.
Noi, madri che siamo state figlie, che siamo sorelle, che siamo... che siamo? Chi siamo?
Siamo medici e non ce lo dobbiamo dimenticare. Curve sulla cartella, facciamo un altro tentativo con la terapia.
giovedì 16 aprile 2015
Donna in blu
Quella che segue è una poesia scritta da C. V. , utente della struttura per la quale lavoro.
Ho cercato di incolonnarla e sistemarla, arrogandomi un diritto che non mi spetta, ma l'ho fatto per cercare di fare trasparire dai versi tutta la dolcezza che io percepisco.
Allego anche la foto della pagina con la poesia scritta a penna dall'autore.
Donna in blu.
Io e lei in riva al mare
Con la donna in blu
Meravigliosamente in riva
Al mare di Messina
In riva al mare
Con la gonna in blu
Meravigliosamente
Con la donna in blu
Al mare di Messina
Messina
Io e te
In riva al mare di
Messina
Messina con il blu
Messina in quella riva
Del mare di Messina
Donna con il blu
Nel mare di Messina.
Paolo attende l'estate.
Paolo piange disperato. Piange sommessamente e senza farsi notare, seduto al tavolino della sua stanza, nell'angolo della finestra.
È ricoverato per l'ennesima volta. Forse il cambio di clima favorisce la riesplosione della malattia, oppure, più probabilmente, a casa non ha seguito bene la cura.
Paolo è un uomo sensibile ed emotivo, che si dispiace e si commuove anche se il compagno di stanza sta male.
Stavolta, però, piange per sé. Un pianto accorato che viene dal profondo dei visceri e gli scuote le spalle, che gli arrossa il viso e gli occhi e gli fa storcere la bocca verso il basso, in una contrazione incoercibile.
Piange perché in testa gli passano brutti pensieri, che gli suggeriscono di farla finita, anche se in maniera indistinta, senza un progetto preciso, perché farla finita è l'unico modo per spegnere l'angoscia mortale che gli attanaglia l'anima, il senso di vuoto e di nulla che lo ha già ucciso da molti anni, impedendogli di lavorare e fare una vita serena.
Il compagno di stanza se ne accorge e chiama la caposala, che informa il medico.
Non ci sono parole che tengano, colloquio che possa attenuare l'angoscia. Venti gocce lo aiuteranno, ma fino a quando?
Paolo, resisti; forse, quando arriverà l'estate, l'angoscia passerà.
martedì 3 febbraio 2015
Il tetto.
C'è un lunghissimo tetto verde, a due spioventi e che si angola nell'andare da un blocco all'altro del palazzo.
È un tetto di lamiera che copre il corridoio che conduce al piccolo bar.
Al di sopra, tre piani di finestre con ante di dimensioni tali da non consentire gesti inconsulti.
Da diversi giorni il responsabile della manutenzione è ammalato; perciò nessuno sale sul tetto per ripulirlo.
Ogni giorno il lunghissimo tetto si anima: scarpe vecchie e nuove, alcune deformate, altre lucidissime, disposte in pose grottesche, come la caduta dall'alto ha voluto che assumessero; alcune sembra che, assumendo quella posa, abbiano voluto restare nello stesso modo in cui lo sgangherato proprietario le portava, una qui e una lì, con le punte a virgola; canottiere e mutande; maglie; qualche bottiglia di plastica; un'arancia che sembra posata con cautela sul bordo (ma chi poteva arrivare a tale distanza?); resti di sigaretta; interi rotoli di carta igienica; bicchieri di plastica; panini e tanto altro.
La vita dei matti parla da quel tetto.
Dalla mia finestra guardo e sorrido... e già che ci sono, lancio la mia penna.
Sto con voi, ragazzi!
È un tetto di lamiera che copre il corridoio che conduce al piccolo bar.
Al di sopra, tre piani di finestre con ante di dimensioni tali da non consentire gesti inconsulti.
Da diversi giorni il responsabile della manutenzione è ammalato; perciò nessuno sale sul tetto per ripulirlo.
Ogni giorno il lunghissimo tetto si anima: scarpe vecchie e nuove, alcune deformate, altre lucidissime, disposte in pose grottesche, come la caduta dall'alto ha voluto che assumessero; alcune sembra che, assumendo quella posa, abbiano voluto restare nello stesso modo in cui lo sgangherato proprietario le portava, una qui e una lì, con le punte a virgola; canottiere e mutande; maglie; qualche bottiglia di plastica; un'arancia che sembra posata con cautela sul bordo (ma chi poteva arrivare a tale distanza?); resti di sigaretta; interi rotoli di carta igienica; bicchieri di plastica; panini e tanto altro.
La vita dei matti parla da quel tetto.
Dalla mia finestra guardo e sorrido... e già che ci sono, lancio la mia penna.
Sto con voi, ragazzi!
domenica 23 novembre 2014
Lei mi chiede perché comprai la pistola
"Lei mi chiede perché comprai la pistola.
Erano entrati i ladri in casa già alcune volte; sempre quando non c'era nessuno. Eh sì, perché se fossero entrati di notte, per esempio, non sarebbero passati inosservati. Il mio secondogenito non dormiva mai. Mai, né di giorno né di notte. Questo da quando si era ammalato di quella psicosi maledetta che non accettava e non voleva curare. Rifiutava qualunque medicina. Non usciva mai perché pensava che tutti lo spiassero e ce l'avessero con lui. In casa, però, si sfogava con noi. Non nel senso di confidarsi per cercare sollievo, ma che si sfogava SU di noi. Ci riteneva la causa delle sue disgrazie e ci aggrediva, prima con le parole e col tempo anche con la violenza fisica. Soprattutto infieriva sulla madre.
Il sette dicembre mi aggredì, mi afferrò per il bavero e iniziò a strattonarmi, mi sollevò di qualche centimetro, urlando che me l'avrebbe fatta pagare. Mi trovai la pistola in mano e sparai.
Erano solo cinque giorni che avevo quella pistola".
Erano entrati i ladri in casa già alcune volte; sempre quando non c'era nessuno. Eh sì, perché se fossero entrati di notte, per esempio, non sarebbero passati inosservati. Il mio secondogenito non dormiva mai. Mai, né di giorno né di notte. Questo da quando si era ammalato di quella psicosi maledetta che non accettava e non voleva curare. Rifiutava qualunque medicina. Non usciva mai perché pensava che tutti lo spiassero e ce l'avessero con lui. In casa, però, si sfogava con noi. Non nel senso di confidarsi per cercare sollievo, ma che si sfogava SU di noi. Ci riteneva la causa delle sue disgrazie e ci aggrediva, prima con le parole e col tempo anche con la violenza fisica. Soprattutto infieriva sulla madre.
Il sette dicembre mi aggredì, mi afferrò per il bavero e iniziò a strattonarmi, mi sollevò di qualche centimetro, urlando che me l'avrebbe fatta pagare. Mi trovai la pistola in mano e sparai.
Erano solo cinque giorni che avevo quella pistola".
venerdì 17 ottobre 2014
-La donna guarita dalla depressione-
Risorsi, dopo tre anni.
Fu come un click.
Un interruttore che s'accese.
Fu come il nembo dissolto dal raggio di sole.
Andò via.
Dal giaciglio torpido nel quale fui come pupazzo inerte
Alzai lo sguardo.
Di fronte al mio letto vidi una finestra
E oltre
La vita.
Annalisa Soddu,
16/10/14
(Tutti i diritti riservati)
Scritta per la conclusione del "Depression Day", che si svolgerà a Santa Paolina (AV), nella sala del Comune, sabato prossimo 18 Ottobre alle 16.30
Fu come un click.
Un interruttore che s'accese.
Fu come il nembo dissolto dal raggio di sole.
Andò via.
Dal giaciglio torpido nel quale fui come pupazzo inerte
Alzai lo sguardo.
Di fronte al mio letto vidi una finestra
E oltre
La vita.
Annalisa Soddu,
16/10/14
(Tutti i diritti riservati)
Scritta per la conclusione del "Depression Day", che si svolgerà a Santa Paolina (AV), nella sala del Comune, sabato prossimo 18 Ottobre alle 16.30
giovedì 25 settembre 2014
NON VOGLIO!
-AAAAHHHH!!! AAAHHH! NON LA VOGLIO! NON LA VOGLIO!
-PRENDILA! PRENDILA SUBITO!
-NOOOO! NON LA VOGLIOOO!!!
Singhiozzi strozzati, lacrime ed urla: così Mario esprime il suo dissenso alla terapia, che non accetta per nessun motivo.
-PRENDILA DISGRAZIATO!- urla a sua volta l’operatore: -PERCHÉ NON LA VUOI PRENDERE!
-NOOOOO!!! È TOSSICA! MI STATE AVVELENANDO!
Urla e si contorce; l’operatore lo afferra per un braccio e tenta di infilargli le compresse in bocca, con forza. Mario serra le labbra, l’operatore gli dà uno schiaffo.
Mario porta la mano alla guancia, ma, convinto che la terapia sia velenosa, continua a tenere le labbra serrate. L’operatore perde la ragione, crede che Mario lo faccia apposta: inizia un pestaggio.
Lo scaraventa a terra e lo riempie di calci, si getta su di lui e gli tempesta il viso di pugni.
Un colpo più forte degli altri o, forse, dato in un punto vitale, spegne la vita di Mario.
Mario non può più esprimere il suo dissenso.
Gli altri anziani guardano terrorizzati e immobili.
Qualche ora dopo, interrogato dalla polizia e sotto shock, l’operatore dirà, a sua discolpa, che Mario lo provocava rifiutando sistematicamente la terapia.
(Questo racconto completamente inventato, ma che potrebbe essere reale date le caratteristiche dei personaggi, è pubblicato sulla rivista online "Euterpe" numero 12, sul tema "Forme di consenso e di dissenso", scaricabile al link
http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/leggi-i-numeri-della-rivista.html?m=0 )
-PRENDILA! PRENDILA SUBITO!
-NOOOO! NON LA VOGLIOOO!!!
Singhiozzi strozzati, lacrime ed urla: così Mario esprime il suo dissenso alla terapia, che non accetta per nessun motivo.
-PRENDILA DISGRAZIATO!- urla a sua volta l’operatore: -PERCHÉ NON LA VUOI PRENDERE!
-NOOOOO!!! È TOSSICA! MI STATE AVVELENANDO!
Urla e si contorce; l’operatore lo afferra per un braccio e tenta di infilargli le compresse in bocca, con forza. Mario serra le labbra, l’operatore gli dà uno schiaffo.
Mario porta la mano alla guancia, ma, convinto che la terapia sia velenosa, continua a tenere le labbra serrate. L’operatore perde la ragione, crede che Mario lo faccia apposta: inizia un pestaggio.
Lo scaraventa a terra e lo riempie di calci, si getta su di lui e gli tempesta il viso di pugni.
Un colpo più forte degli altri o, forse, dato in un punto vitale, spegne la vita di Mario.
Mario non può più esprimere il suo dissenso.
Gli altri anziani guardano terrorizzati e immobili.
Qualche ora dopo, interrogato dalla polizia e sotto shock, l’operatore dirà, a sua discolpa, che Mario lo provocava rifiutando sistematicamente la terapia.
(Questo racconto completamente inventato, ma che potrebbe essere reale date le caratteristiche dei personaggi, è pubblicato sulla rivista online "Euterpe" numero 12, sul tema "Forme di consenso e di dissenso", scaricabile al link
http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/leggi-i-numeri-della-rivista.html?m=0 )
venerdì 19 settembre 2014
Ogni volta che vedo la tua foto...
"Ogni volta che vedo la tua foto mi viene in mente quando ci siamo conosciuti in questa clinica, non riesco a dimenticare il tuo viso xchè vedo sempre la tua immagine nei miei occhi che brillano solo x te mia cara ... non riesco a dormire xchè quando prendo sonno davanti ai miei occhi ci sei sempre tu e ti percepisco.
Cara C. quando scendo x le scale spero di essere il primo a vederti, sono geloso che qualcuno ti saluta prima di me, xché vorrei essere io a salutarti per primo.
Tante stelle nel cielo che brillano solo x te AMORE MIO la mia stella si è spenta x te, non ho voglia di fare brutta figura davanti agli amici. Se é possibile parlare da soli xché dobbiamo chiarirci e parlare un po' insieme da soli dove nessuno ci vede. Se è possibile farlo mi scrivi o mi telefoni, fammelo sapere al più presto.
Ciao C. , spero che tu riesca a leggere la mia scrittura. Se non riesci a leggerla te la scrivo a stampatello, fammelo sapere.
Tu lo sai che io ti voglio tanto bene e spero anche tu ricambi il mio bene.
Nell'attesa di una tua risposta cordiali saluti da A. P."
Cara C. quando scendo x le scale spero di essere il primo a vederti, sono geloso che qualcuno ti saluta prima di me, xché vorrei essere io a salutarti per primo.
Tante stelle nel cielo che brillano solo x te AMORE MIO la mia stella si è spenta x te, non ho voglia di fare brutta figura davanti agli amici. Se é possibile parlare da soli xché dobbiamo chiarirci e parlare un po' insieme da soli dove nessuno ci vede. Se è possibile farlo mi scrivi o mi telefoni, fammelo sapere al più presto.
Ciao C. , spero che tu riesca a leggere la mia scrittura. Se non riesci a leggerla te la scrivo a stampatello, fammelo sapere.
Tu lo sai che io ti voglio tanto bene e spero anche tu ricambi il mio bene.
Nell'attesa di una tua risposta cordiali saluti da A. P."
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