A capo chino, lentamente avanza.
Risuonano i passi sul viale alberato.
Tra i rami, frenetici uccelli danzano.
La città inquieta è a valle.
Vaga il ricordo,
a lei che stringeva,
quando la rese madre;
alle trecce ben pettinate
dei giorni della scuola.
Alte porte, ai lati delle scale.
Oltre, divise azzurre.
E, finalmente, la stanza.
Un largo sorriso,
Lo sguardo perso e fatuo.
Ingoiando una lacrima,
farà ancora, dei suoi capelli,
trecce ben pettinate.
Annalisa Soddu
18/4/2014
Tutti i diritti riservati)

Benvenuti nel mio mondo e sul mio sito; in esso pubblicherò dei racconti che parlano delle storie vere di alcuni disabili psichici, presentati con nomi di fantasia; vi sono, inoltre, le anteprime dei miei libri: "Il fuoco di Lorenzo" - una raccolta di racconti di psichiatria- , "Interni"- silloge poetica-, alcune poesie e racconti che hanno ricevuto dei riconoscimenti e l'anteprima di un libro per ragazzi, "Festa sotto le stelle". Grazie per l'attenzione.
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sabato 28 giugno 2014
giovedì 26 giugno 2014
Riflessioni
Dopo l'incontro col giudice, Giuseppe iniziò a riflettere. Sdraiato sul letto dell'ospedale nel quale si trovava ricoverato, in lotta contro la morte da due giorni, per una epatite acuta da farmaci e nonostante la spossatezza che lo invadeva, il suo cervello, quasi in automatismo, si sforzava di capire il perché della sentenza, quella che gli toglieva la patria potestà, impedendogli di vedere il figlio senza la presenza della madre. Eppure lui era stato un autista di pullman, aveva lavorato. Era anche un bel ragazzo. Inoltre, il figlio voleva vedere lui. Era anche andato a trovarlo lì all'ospedale, accompagnato dalla madre. Avendo sedici anni, lo avevano fatto salire al reparto e lui gli aveva sorriso e si erano abbracciati.
Con lo stesso sorriso fatuo, gli occhi azzurri innocenti sbarrati e le braccia sotto la testa, Giuseppe ruminava pensieri guardando il soffitto.
Non era più padre di suo figlio e non era più marito di sua moglie. Inoltre non era più figlio di suo padre, infatti suo padre, sorridendogli stancamente come i suoi ottant'anni gli consentivano, lo aveva informato che il suo tutore era, adesso, suo fratello, Francesco, più piccolo di lui di tre anni.
Roba da matti, pensava Giuseppe: lui è più piccolo di me e fa il mio tutore... roba da matti...
Si volse quindi verso la finestra, al cui davanzale era appoggiato il medico con la cartella in mano:
"Dottore, come mai?"
"Come mai cosa, Giuseppe?"
"Come mai non posso vedere mio figlio?"
"Non saprei; tu che spiegazione ti sei dato?"
"Non lo so."
"Ma che succede, Giuseppe? Hai deciso di riflettere proprio adesso?"
"Sì."
"Ma no, a che serve..."
"Non so."
"Ciao Giuseppe."
"Ciao dottore."
Giuseppe rivolse nuovamente lo sguardo al soffitto.
Una lunga crepa lo attraversava quasi in parallelo alla parete della finestra.
"Una crepa", pensò.
"Ah. Allora... adesso è tutto chiaro."
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